Noi, rockstar del suono (di Lia Verde)

IMG 3862Parla il fonico Biancani dello studio dove registrano Vasco, Dalla e Ramazzotti «Noi, rock star del suono» Lia Verde Senza di loro non potremmo ascoltare un cd. Fondamentali per chi fa, compra e vive la musica, riescono a guadagnare la stessa considerazione (spesso gli stessi soldi) delle più grandi rock star: molta parte del successo di un disco è dovuta al loro lavoro. Gli ingegneri del suono stanno lì a metà tra musica ed elettronica, strumenti acustici e digitali, note e bit, creatività e rigore. Gli artisti arrivano negli studi di registrazione, suonano e cantano i pezzi: i fonici (sono chiamati anche così gli ingegneri del suono) prima registrano i vari strumenti e le voci su diversi supporti (una volta erano nastri magnetici, adesso tutto viene fatto in digitale con i computer) poi miscelano (mixano) il tutto dentro macchine complicatissime e tecnologicamente avanzate affinché il prodotto finale sia equilibrato e armonioso.

Maurizio Biancani è ingegnere del suono e titolare dello studio di registrazione Fonoprint di Bologna. Ci lavorano artisti come Vasco Rossi, Dalla, Guccini, Ramazzotti. Lei come ha cominciato? «Negli anni Settanta. Allora in Italia c'erano pochissimi studi ed erano unità lavorative all'interno delle case discografiche. I tecnici del suono erano più che altro impiegati specializzati. All'estero c'erano già studi privati che lavoravano conto terzi. Presto anche da noi il mercato si è aperto e la professione ha cominciato a diventare più creativa. Io mi sono ritrovato ad essere, allora, perito elettronico e appassionato di musica. Decisi di aprire un piccolo studio di registrazione: nasceva la Fonoprint. Era il 1975. Siamo stati fortunati: in quel periodo, Bologna, con Dalla, Guccini, Claudio Lolli, diventatava il terzo polo musicale italiano. E cominciarono a lavorare con me arrangiatori come Mauro Malavasi (Dalla, Bocelli), Celso Valli (Ramazzotti, Pausini), Fio Zanotti (Celentano, Mannoia).

Adesso come si diventa tecnici del suono? Oggi c'è molta concorrenza: l'accesso alla professione è più difficile che tanti anni fa. E poi servono figure altamente specializzate: le tecnologie che si usano richiedono competenze sempre più specifiche. Per questo, prima di bussare ad uno studio, è necessario informarsi, sapere, frequentare un corso per dotarsi degli strumenti necessari per cominciare. E da chi sono organizzati questi corsi? Sono lasciati all'iniziativa dei privati. In Italia, purtroppo, la nostra è una professione non istituzionalizzata, non riconosciuta a livello giuridico. Non esiste un albo, non esiste nulla. All'estero, negli Stati Uniti, In Inghilterra, Francia, Germania, già da anni si organizzano master universitari che rilasciano regolari diplomi di laurea, che organizzano stage. Da noi non si vede niente di tutto questo. E una volta arrivati in uno studio di registrazione? Si comincia come assistenti. È mestiere con un apprendistato lungo e faticoso. Si lavora senza orari, senza certezze e senza reti di protezione. Un tecnico finisce per passare anche dieci, quindici ore al giorno in studio. E i riconoscimenti, anche quelli economici, arrivano solo molto tardi. Sì, ma molti di voi poi guadagnano come rock star. Insomma: non è esattamente un lavoro impiegatizio. Certo, ma, ripeto, cominciare è difficile. Di nuovo: in Italia non c'è una regolamentazione specifica. Si lavora come liberi professionisti. Addirittura ci sono fonici che risultano inquadrati come artigiani.

Quanto ai guadagni, all'inizio si portano a casa un centinaio di mila lire al giorno, se e quando si lavora. Poi ci si può stabilizzare sui tre, quattro milioni al mese. I più bravi, sì, arrivano a guadagnare quasi quanto gli artisti. Ma il mercato ha bisogno di nuovi tecnici del suono oppure è già saturo? Le nuove tecnologie permettono, in teorie, di registrare un cd a casa propria. Ma per una qualità professionale è necessario avere strumenti completi e costosissimi: gli studi, nonostante la crisi del mercato discografico, continuano a essere indispensabili. E, dai più piccoli ai più grandi, cercano sempre persone qualificate e disposte, soprattutto, a far sacrifici con pazienza e umiltà. Poi c'è tutto un mondo che ruota intorno alla musica e che ha grande bisogno di tecnici. Ci sono fonici per i concerti dal vivo (la categoria, da sola, assorbe un buon 50% della forza lavoro); ci sono fonici che lavorano per il cinema, per le colonne sonore, per il teatro, per la televisione, per la radio. È un mercato vastissimo: le porte aperte sono tante. Quanto tempo dura la registrazione di un cd? Prima i dischi nascevano tutti in studio. Adesso gli artisti procedono da soli a una fase di pre-registrazione fatta in piccoli studi loro. Poi arrivano da noi con il materiale già abbozzato. Lì comincia il nostro lavoro. Si procede alla registrazione dei singoli strumenti: chitarre, basso, batteria e voci. Ci si mette mediamente un mese. Poi un altro mese per il mixaggio: si miscelano strumenti e voci, si trovano i livelli ideali tra i suoni. Infine si passa al cosiddetto mastering: si tratta di dare uniformità sonora a tutti i brani di un cd, in modo che l'ascolto sia omogeneo; è un lavoro di rifinitura molto delicato.

E com'è lavorare nei concerti? Tecnicamente più o meno uguale, ma l'emozione è grandissima. Il lavoro in studio è freddo: qui il rapporto con il pubblico, gli applausi, l'entusiasmo, regalano una grande soddisfazione. E come mai sempre più artisti italiani famosi vanno a registrare all'estero? non si fidano di voi? Sinceramente, succedeva fino a pochi anni fa. Era una moda dettata anche dalla voglia di sperimentare nuovi mercati, respirare un'aria internazionale. Oggi quasi tutti i più importanti artisti italiani registrano e mixano in Italia. Addirittura all'estero è molto invidiato e cercato il nostro suono, quello di Nek, Pausini, Vasco: io, per esempio, sto lavorando con Alejandro Sanz, un artista non conosciuto in Italia ma che in Spagna vende 5 milioni di copie, una pop star paragonabile al nostro Ramazzotti. Insomma, siamo esportatori di uno stile. Solo che, in Italia, quasi nessuno, fuori dalla cerchia degli addetti ai lavoro, lo sa».

Lia Verde

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